9 novembre 2011

Falliti e contenti, la risposta al default è la nazionalizzazione delle banche

I liberisti-mainstream non amano il default, non c'è cosa peggiore per i loro affari. Per togliere questo evento dalla lista delle possibilità è per loro obbligatorio portare dalla loro parte anche "l'uomo della strada".

Come fare? "l'uomo della strada" è solitamente anche un piccolo risparmiatore. Chissà perché, quando dall'altra parte dal tubo catodico si parla default, il discorso va quasi sempre a cadere sulla chiusura delle banche. Terrorizzare gli ascoltatori ipotizzando il rapimento dei loro risparmi, generando nichilistiche visioni tramite la visione del proprio sportello bancario con le saracinesche abbassate, del bancomat con la spina staccata.
« Dove sono andati a finire i miei soldi? Li rivedrò mai??»
Non c'è corda migliore da suonare, dinanzi a questa possibilità vedo eserciti di piccoli risparmiatori allinearsi in fila per due dalla parte di chi oggi ci chiede lacrime e sangue (e sono sempre loro, i liberisti-mainstream).

Ebbene, non è detto che debba finire così, anzi, più esattamente, esiste una seconda strada, che non passa per la chiusura dei beneamati sportelli automatici. Ce lo spiega l'economista francese Michel Husson (vedi fonte sotto).

Husson sontiene che:
« Il solo mezzo razionale per trovare una via d'uscita dai debiti sarebbe di nazionalizzare le banche europee per ripartire da zero, una volta per tutte, e per organizzare quel fallimento inevitabile dei paesi più esposti. Verrebbe così proibita la distribuzione di dividendi e la revisione pubblica dei conti permetterebbe di determinare i debiti illegittimi. Queste nazionalizzazioni potrebbero essere definitive (nella versione radicale) o temporanea (nella versione moderata) come in Svezia negli anni '90.»
Mai sentito parlare della Svezia negli anni '90? nemmeno io, prima di leggere Husson. Credo sia perché non conviene rimestare nel passato.

E se prima di farle chiudere le nazionalizzassimo queste banche? Niente di definitivo, una sana gestione pubblica fino alla decongestione della crisi di liquidità, seguita dalla resa ai privati e ai vecchi azionisti.

Ispettori che spulciano nei bilanci, nessun dividendo da staccare, a tutto favore della liquidità. Le banche resterebbero aperte e i risparmi dei cittadini al sicuro. 

Gli unici a rimanerci male sarebbero gli attuali azionisti: ma, come dice il saggio, le azioni sono capitale di rischio, laddove il rischio è quello di perdere il capitale. Non si tratterebbe di un adieù ma di un arrivederci, e questo contesto dovrebbe metterli in condizione di non lagnarsi più di tanto.

Falliti e contenti, insomma, proprio come gli islandesi.

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