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28 gennaio 2014

La posizione di un italiano qualunque sulla vicenda Electrolux

La vicenda Electrolux ci ripropone per l'ennesima volta il caso dell'industriale bollito* che col ricatto della chiusura tenta la socializzazione di parte dei costi.

A questi novelli Buddenbrook, che con arroganza approfittano della posizione favorevole facendo pendere sulle povere teste degli amministratori pubblici e delle parti sociali la spada di damocle dei licenziamenti (non me ne vogliano i giuslavoristi, ma l'esistenza di questa fattispecie è l'ennesimo ottimo motivo per criticare i mezzi di produzone privati) andrebbe risposto in fronte e con altrettanta arroganza ventilando la nazionalizzazione della fabbrica e la socializzazione non di parte dei costi ma degli stipendi degli operai.

"Se chiudi la fabbrica noi te la togliamo, avendo cura delle famiglie dei tuoi dipendenti."

In una società coesa i concittadini di questi lavoratori sarebbero fieri di essere utili al livellamento di questo piano inclinato.

È puerile affidarsi al privato ritenendo che questo possa anteporre la comunità al perseguimento dei suoi privati interessi.

Andrea Petrocchi.

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*che aggettivo possiamo dare agli imprenditori che ai giorni nostri ancora non capiscono che con i costi energetici, del lavoro e della vita che abbiamo in Italia l'unica industria possibile è quella del top di gamma?

12 gennaio 2014

Una aliquota Irpef al 99% per il più ricco 1%

La cronaca di qualche tempo fa ci presentava un affascinante parallelo,  quello fra più ricco 1% che nella quasi totalità del mondo occidentale detiene gran parte della ricchezza del Paese, e del restante 99%, costretto a spartirsi la parte rimanente.

L'esistenza di questa distorsione è la prova tangibile della immaturità della nostra società, in cammino da più di duecento anni e non ancora in grado di sopraffare uno sparuto 1% in termini democratici.

Molto è da fare, basti pensare al "quarto potere" dei mezzi di informazione, spesso lontani dalle simmetrie informative, spesso costretti dagli editori al ruolo di creatori di consenso, guardiamo ad esempio i maggiori quotidiani nazionali, che da noi sono in mano a tre persone.

Si è parlato di azionariato diffuso, una ricetta semplice semplice per dare a ciascuna azienda che fa informazione una veste democratica differente dagli attuali Califfati.

Ma questo 1% è troppo forte, e noi, il restante 99% siamo professionalmente distratti dai nostri poteri, portati a credere che l'impegno civile sia tempo perso, e che il voto nel seggio non sia poi tanto importante.

Comunque in termini nominali sempre di un 1% si tratta, non parlo dei normali ricchi, dei professionisti col macchinone e la casa al mare, per il famoso 1% queste persone non sono distinguibili dal resto della massa.

Allora perché non fare un patto sociale? Perché non fare solidalizzare in una laica comunione d'intenti i ricchi con i piccoli borghesi e i proletari, per cancellare dalla faccia della terra questo inutile 1%, poi ognuno per conto suo.

Basterebbe poco, aggiungere una aliquota Irpef per i redditi altissimi: uno scaglione al 99% per il più ricco 1%.

Andrea Petrocchi

2 gennaio 2014

Il mio commento al post di Marco

Riporto di seguito un mio commento a un post pubblicato su Quilivorno, si parla di trasporto pubblico.

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Caro Marco, Mi sento di dirti che se vuoi cambiare Livorno nel senso che vuoi tu alle prossime amministrative di primavera devi andare e votare e votare a sinistra.

E’ questo il grande potere, la partecipazione, che la democrazia da a ciascuno di noi e guarda bene, che quelli che parlano male della politica lo fanno consapevolmente per limitare questo potere.

Sono gli Apparati, le “mani forti”, che intendono piegare a loro favore la redistribuzione del gettito.

Sono convinto che la mala politica sia figlia di questa asimmetria.

E se anche i partiti, anche quelli di sinistra, sono spesso percepiti come dei “blob” inutili la soluzione è sacrificare un ora della nostra settimana all'impegno sociale, e vedrai che la rivoluzione democratica del nostro Paese sarà compiuta.

Se capirai quello che voglio dirti e se lo capiranno gli altri, specie i passivi che invece di andare al seggio se ne restano a casa (con somma contentezza dei suddetti poteri) torneremo a guardare alla società dei diritti, come quello, giustissimo che sottolinei tu, di poterti spostare liberamente senza essere costretto a privatizzartelo, questo diritto, oltre a quello sacrosanto di respirare aria non inquinata.

Per realizzare quanto desideri non serve un miracolo, basta aumentare le corse dei bus e limitare l’accesso al centro da parte del traffico privato, incentivando i parcheggi di scambio, gran parte dei quali sono già esistenti.

Più che soldi serve la volontà politica, che qui a Livorno, oggi, è un fatto, va più verso la privatizzazione.

Un saluto. Andrea Petrocchi

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#trasportopubblico
#Livorno


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11 dicembre 2013

La classe media, croce e delizia dei nostri tempi

Questo post intende chiudere un discorso iniziato da altre parti, dal Gilioli in particolare, stimatissimo giornalista, e intende farlo per due motivi particolari: il primo, ovvio, credendo di dare un contributo utile a espandere un nascente dibattito su quello che credo sia il vero nocciolo della situazione qui da noi, e il secondo perché si inizia finalmente a dibattere su di un argomento, la classe media, la cui angolarità socioeconomica è oggettivamente evidente. Su questo tema mi sono speso ampiamente in tempi più o meno recenti.

Inizio riportando il link al post di Gilioli, che è intitolato "Il ceto medio che ci meritiamo", eccolo, buona lettura, a seguire il mio contributo.
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Inizio plaudendo all'ottimo parallelo sulla frammentazione culturale della nostra classe media, cresciuta senza le polarizzazioni sociopolitiche proletarie. Poi estrapolo il seguente brano:
« Però è il ceto medio che fa la condizione di un Paese: la sua prosperità o il suo disastro, il suo ottimismo o la sua disperazione, la sua civiltà o il suo fascismo. Noi abbiamo il ceto medio carico di paure e di rabbia di cui ci parla il Censis: in difficoltà quando deve affrontare spese impreviste, terrorizzato dalle bollette e dalle lettere di Equitalia, in cerca perenne di promozioni nei supermercati, che ha tagliato i cinema e i ristoranti.»
Dovremmo domandarci cosa abbia spinto la classe media in questo stato, la risposta è che è il Sistema a volerla cinica, la vuole priva della libertà intellettuale, chiusa dentro alle batterie, perché la massimizzazione del suo compito data la sua importanza economica è il Pil, ed è questa la dottrina che dovremmo iniziare a combattere, non solo in Italia ma nell'intero occidente.

I segni che la classe media si porta addosso sono la conseguenza di questi eventi.

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#cantieresinistra


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5 dicembre 2013

[...]

A riprova della fallacita' della nostra specie non dobbiamo dimenticare mai che noi siamo più o meno le stesse persone che verso la metà degli anni ottanta, dinansi allo sgretolarsi della middle class americana e all'avvitamento della parabola finanziaria di tutte le famiglie operaie occidentali della industria delle materie prime hanno risposto a questi fatti con la teoria della ricaduta favorevole, quella "Trickle-down economics" che è riuscita a darci a bere che per aiutare i nuovi e vecchi poveri andavano dati più soldi ai ricchi.

3 agosto 2013

La scatoletta rossa e il giocattolo dell'eroe dei cartoni animati

C'é questa scatoletta rossa di cartone, che contiene una confezione più piccola, dentro alla confezione più piccola c'è un hamburger.

Poi c'è il giocattolo dell'eroe dei cartoni animati, il ragazzo lo mette in piedi sopra alla scatoletta rossa.

Il tutto è posto bene in vista nella vetrina che da sul corso, il panino e il giocattolo fanno parte di un unico "pacchetto", non si possono vendere separatamente.

Passa un bambino, sarà sui tre anni, è mano nella mano ai suoi genitori, la scatoletta rossa è un faro acceso puntato a catturare il suo sguardo, che sale interrogativo fino a riconoscere il giocattolo dell'eroe dei cartoni animati.

Il bambino palpita davanti alla vetrina del fast food, sorride e indica col ditino il giocattolo dell'eroe dei cartoni animati.

I genitori provano a staccare il bambino dalla vetrina, prima amorevolmente poi con un po più di decisione, ma l'operazione è destinata a fallire, il bambino ha abbandonato il suo sorriso iniziando a singhiozzare.

A questo punto i genitori hanno due opzioni: la prima, portare via il bambino di lì, viene scartata a causa di quel refuso ancestrale che rende impossibile per un genitore resistere al pianto del proprio bambino.

L'unico modo per risolvere il problema è entrare nel fast food e comprare quel giocattolo, ma quel giocattolo fa parte del "pacchetto" e per prenderlo devono comprare per forza anche il panino.

Nella sala ci sono una dozzina di tavoli, la metà è occupata da bambini che giocano col giocattolo dell'eroe dei cartoni animati osservati dagli sguardi fra il divertito e il rassegnato dei loro genitori.

Genitori a cui, per lo più, manca il guizzo che scaturisce riflettendo su questa situazione, che da qualche parte a un certo punto c'è stato chi, con cinismo e creatività, per fare soldi si è reso disponibile a sfruttare le loro ancestrali e amorevoli debolezze per trasformare il loro figlio in un nuovo cliente.

E che questo, l'arrivare a consentire di far business in questo modo, è lo specchio dei nostri tempi, che ci vogliate credere oppure no.


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@andreapetrocchi

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10 settembre 2012

Congetture sulle simpatie fasciste di Topolino


La prima apparizione del topo in mutande è datata 1928, la sua fama lambisce il regno d'Italia già nel 1930, mentre la guerra d'Etiopia è del 1935. Tre date, sono i fatti, seguono le congetture. 

La propaganda americana usa radicare le proprie convinzioni già dentro le menti dei più giovani, quello che ai giorni nostri combina la multinazionale dei fast food più famosa al mondo infilando i giocattoli nei suoi pacchettini alimentari per sedurre i bambini e in modo contingente obbligare i genitori e portargli i figli per farne dei clienti è soltanto un affinamento di quanto accadeva già durante la seconda guerra mondiale, dove gli eroi dei fumetti americani facevano consenso prendendo a calci nel sedere le caricature di Hitler e Stalin.

Nel '35, anno della guerra d'Etiopia, Stati Uniti e Italia erano ancora lontani dalle posizioni contrapposte della seconda guerra mondiale.

Che ci fa il suddetto topo in versione allegro volontario coloniale nel soggetto di una canzone di propaganda fascista intitolata "Topolino in Abissina"?

Mi domando se a quel tempo il fascismo abbia chiesto aiuto al topo più famoso del mondo per radicarsi nelle menti dei giovani nostrali, e mi chiedo se alla azienda proprietaria dei diritti sul topo ne abbiano saputo qualcosa, se fu fatto un abuso in barba ai diritti di copyright o se gli americani abbiano deliberatamente accettato di fare business col Duce permettendo che al topo fossero messe in bocca frasi del tipo:
«Appena vedo il Negus lo servo a dovere. Se è nero lo faccio diventar bianco dallo spavento!»
oppure
«[...] Ho promesso alla mia mamma di mandarle la pelle di un moro per farsi un paio di scarpe!»
e
«A mio padre manderò tre o quattro pelli per fare i cuscini della sua Balilla, e a mio zio un vagone di pelli perché fa il guantaio!»
Sono parole che aggrottano la fronte, ecco il video.



Premettendo che il mio avvocato non vale gli studi legali dell'azienda proprietaria dei diritti sul topo ringrazio il collettivo Wu Ming per la condivisione in rete di questo post, grazie al quale sono venuto a sapere dell'esistenza dell'antipatica canzoncina.

Ne consiglio la lettura, si parla di un gerarca al quale quest'anno un comune della provincia romana ha realizzato un sacrario. Soldi pubblici, sogno che un giorno ogni italiano si rechi in quel posto e con martello e scarpello si porti via un mattone, lasciando alla natura il compito di riempire la cicatrice nella nuda terra.

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7 giugno 2012

18 marzo 1968, discorso di Bob Kennedy sul PIL



« Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. 

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. 

Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. 

Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.

Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti.

Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.»


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#RobertKennedy
#prodottointernolordo
#pil

Fonte trascrizione

13 marzo 2012

Le grandi opere non creano occupazione

Alberto Perino

La Cgil è favorevole alla Tav Torino Lione, la segretaria Susanna Camusso prova a spiegarci il perché:
« Servono nuovi investimenti, servono per creare dei posti di lavoro.»
Risposta pronta da Alberto Perino, una delle voci storiche del movimento NoTav, che, con in mano i dati di uno studio francese, ci informa che "le piccole opere utili" consistenti nell'ammodernamento degli edifici pubblici, delle scuole, degli ospedali, per non parlare delle energie rinnovabili, a confronto con le grandi opere e al netto della maggiore utilità sociale generano una occupazione di ben otto volte superiore.

Ma Perino va oltre: leggendo la delibera del Cipe per il tunnel geognostico della Maddalena si capisce che i fondi utilizzati per il finanziamento di questa opera sono stati stornati proprio da quelli per la messa in sicurezza delle scuole e per la sicurezza carceraria.

Il sito internet Il Cambiamento pubblica a riguardo uno stralcio di questa delibera, la copio e incollo sotto:
« Fondo aree sottoutilizzate [...] per la messa in sicurezza delle scuole, per le opere di risanamento ambientale, per l’edilizia carceraria, per le infrastrutture museali ed archeologiche, per l’innovazione tecnologica e le infrastrutture strategiche per la mobilità.»
Gli argomenti della Camusso non ci convincono, quale motivo giustifica allora la posizione della Cgil?

Ringrazio Il Cambiamento per la condivisione in rete dello stralcio.

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#NoTav

Fonte
Fonte (delibera Cipe)

24 novembre 2011

Il concetto di Debito detestabile, ovvero come gli islandesi sono riusciti a a sfuggire all'abbraccio mortale dell'Fmi

Riporto di seguito il copia-incolla di un brano relativo al default islandese. Interessantissimo, secondo me, il concetto di "debito detestabile", la leva usata dai cittadini islandesi per opporsi all'Fmi e alla socializzazione delle perdite causate dal fallimento nel 2008 delle tre principali banche private del paese. Il link all'articolo è in basso come al solito, per chi volesse approfondire.
« Un debito detestabile è un debito contratto dallo Stato con le banche o altri istituti, che però non porta benefici alla popolazione, ma anzi la danneggia. Un debito simile non si può pretendere che venga pagato dallo stesso popolo che ne ha già subito le conseguenze in termini d'interessi sul debito pubblico. »

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#default
#Debitodetestabile

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27 ottobre 2011

L'allungamento della vita lavorativa anemizza i giovani lavoratori

Il loop nel quale ci stiamo avvitando con le pensioni pubbliche mette i brividi peggio di un thriller di Hitchcock.

Questo non solo perché, cercando di trattenere più gettito redistribuibile possibile, si sta evitando di "accendere" altre posizioni pensionistiche e si tengono a lavorare gli ultra sessantenni, persone che già hanno dato e che pregustano da anni il diritto alla pensione.

Soprattutto, e questa è la vera piaga, il "babau" gigante, quello che nessuno si arrischia ad additare, si sbarra la strada del mondo del lavoro ai più giovani, quelli che oggi, fra il silenzio dei più e qualche colpo di tosse, si stanno sobbarcando il costo di questa crisi.

Le posizioni non chiuse, questi posti di lavoro "zombi", creduti terminati e invece tenuti in vita dal presente governo su imposizione euroliberista, sono posti di lavoro mantenuti dalle vecchie generazioni a danno delle nuove.

Se vedessimo la crisi attuale e le presenti distorsioni da questa generate con la lente del "come sarebbe dovuta andare a finire" vederemmo infatti centinaia di migliaia di giovani seduti sui posti di lavoro lasciati vacanti dai sessantenni.

Sarebbero contenti tutti, i primi finalmente sfociati nell'alveo della vita matura, gli altri finalmente liberi dagli orari a godersi la sospirata tranquillità. Con lo slancio generato dall'ingresso delle nuove generazioni immagino sarebbero contenti addirittura quei fanatici del Pil.

E invece. Stiamo assistendo allo sviluppo arrestato di due distinte generazioni, quella dei nonni e quella dei nipoti. Gente strozzata, dal futuro compresso per colpa di questa "crisi" che per altro nemmeno hanno contribuito a provocare. Destini sospesi nel nome di dissesti bancari generati da speculatori internazionali.

Poi c'è chi obietta se volano i sanpietrini.

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#italianrevolution

26 ottobre 2011

Cuba protesta : il marchio Havana Club è illegale

Bottiglie di "Havana Club" venduto dalla Havana Club International
Ad oggi il rum marchiato "Havana Club" viene prodotto da due  aziende differenti, la Havana Club International S.A., società nata nel 1993 fra la compagnia di stato cubana CubanaExport e la multinazionale francese Pernod Ricard, e la Bacardi & Company Limited, con sede alle isole Bermuda.

La prima azienda produce il suo "Havana Club" nella Republica di Cuba, la seconda produce invece il suo rum a Porto Rico, dove l'azienda trasferì la produzione in seguito alla rivoluzione del movimento 26-7 nel 1959.

Nel 1998 una sentenza di condanna espressa dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) consente alla sola Havana Club International S.A. di vendere il suo rum col marchio "Havana Club".

Ciò nonostante questa sentenza non viene rispettata, questo a causa dell'embargo economico, commerciale e finanziario tutt'oggi in atto su Cuba.

Da qui l'appello della Segreteria Nazionale Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, col quale si chiede alle autorità italiane un maggiore impegno diplomatico per una rigorosa applicazione delle leggi internazionali che regolano i rapporti tra gli Stati.

Non è male pensarci, la prossima volta che chiedete del rum.

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#cuba

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20 ottobre 2011

Black bloc - non c'è niente da fare, siamo un popolo di esterofili.

Non è una novità, agli italiani piacciono i termini anglosassoni, oggi vi segnalo un risvolto interessante di questa italica mania.

Cancellate i dati di navigazione dal browser ed andate su un motore di ricerca qualsiasi, io ho preso il solito Google, poi scrivete le parole "black bloc" nel campo di ricerca e premete invio. 

In tutta la prima pagina ci sono solo link a pagine scritte in italiano. Pagina due: l'unico link a una pagina in inglese rimanda a Wikipedia. Avanti, pagina tre: tutti links a pagine in italiano, così anche pagine quattro, cinque e sei.

Questo per dire cosa: che nel mondo sono parlate centinaia di lingue differenti, e che, fonte il più gettonato motore di ricerca del globo terraqueo, il fenomeno "Black Bloc" è circostanziato alla lingua italiana.

Adesso fatevi la domanda e datevi la risposta.    

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#italianrevolution

7 ottobre 2011

Io sono il 99%

Il più ricco 1% della popolazione statunitense detiene circa metà ricchezza del Paese. E' una media da dittatura militare del terzo mondo e invece stiamo parlando della principale potenza mondiale, regime plutocratico arrogante non solo verso quel che resta del mondo, ma addirittura verso la sua stessa base.

Quello che mi fa impazzire degli States è che molti dei detrattori di questo sistema sono americani, ci vivono dentro. Non è una novità, è sempre stato così, pare che il sistema statunitense abbia in se i suoi contrappesi, anche se questi appaiono sproporzionatamente piccoli se confrontati alle potentissime lobbies, l'1%, il potere.

Qualcosa però sta cambiando, e non sto parlando dei film di Moore, c'è una nuova idea, a metà strada fra la pubblicità e la protesta sociale,  secondo me estremamente forte, molto pulita, molto democratica.

L'idea nasce dal movimento Occupy Wall Street: è stata creata una pagina web dove gli americani spinti ai margini del mondo del lavoro per colpa della crisi  possono protestare contro il sistema.

Il tema è la rappresentanza sociale: "Loro", la politica, l'economia, sono l'1%, da qui si muove la contrapposizione, lo slogan: "Noi siamo il 99%". Di forte impatto anche il modo in cui queste proteste sono presentate: solo una immagine, nella quale compare la persona in carne ed ossa che ci mostra un foglio, su questo foglio è scritta la sua storia, la sua protesta. L'impatto è forte, l'elementarità della immagine è semplicemente dirompente.

Chiunque, dal professore universitario con contratto a tempo determinato allo studente in crisi con le salatissime rette universitarie, in migliaia stanno condividendo questa protesta, ed il fenomeno sta montando di minuto in minuto.

La portata di questo moto sta diventando per l'intera classe politica americana una versione moderna del ritratto di Dorian Gray.  

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#occupywallstreet


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Steve Jobs - quello che reinventò il feticcio consumista


Abbiamo già affrontato il tema del consumismo inteso come degenerazione del capitalismo, ma lo riaccenno: Il consumismo consiste (secondo me) in una distorsione subliminata ai cittadini dai media mainstream, che, alla lunga, porta le persone alla distruzione del desiderio di acquisto inteso come forma di appagamento ("Io compro ciò che mi piace") ed alla sostituzione di questa pulsione con un obbligo all'acquisto derivante dalla dimostrazione di status sociale ("Non lo compro più perché mi piace, lo compro, anche quando non mi piace, per far vedere agli altri che ce l'ho anch'io").

Le mode (sempre secondo il mio modestissimo parere) sono il "porta a porta" che permette al consumismo di caleidoscopizzarsi, di riverberare e quindi di radicarsi nelle persone. Ad esempio: Non me ne può fregare di meno dei cappelli da cow-boy, ma se abitassi a Dallas, dove tutti lo indossano, va a finire che quel cappello prima o poi me lo compro anch'io. Quindi, rimanendo sul cappello, le mode trasformano qualsiasi luogo in Dallas, con grande felicità dei produttori dei beni pubblicizzati.

I vari feticci made in Cupertino sono quanto di più alla moda, sono, nei loro ambiti, la crema della crema, "Il feticcio", e questo dai tempi dell'IPod. Ed il compianto Steve Jobs su questa moda c'ha speculato un bel po, perché gli Ipod, a parità di hardware, costano centinaia di euro di più di un mp3 player non griffato.

Molto poco democratico, molto egoista.

Sarebbe quindi meglio lasciare questa commemorazione agli azionisti di Apple, lasciamo a loro il cordoglio per la morte di un siffatto speculatore.

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#stevejobs

29 settembre 2011

A chi servono i padroni?

L'avidità del profitto è il dividendo dei padroni, che alzano il costo dei beni o dei servizi per massimizzare le entrate, e che tengono gli stipendi bassi e i contratti di lavoro dinamici per minimizzare le uscite.

A chi serve l'avidità del profitto? non serve al cliente, è un costo in più, e non serve ai lavoratori, dato che si traduce in uno stipendio più basso. 

Se lo inquadriamo soltanto in quest'ottica il padrone è una inutile zecca sulla pelle di entrambi, dipendenti e consumatori. 

Esistono altre inquadrature capaci di rivalutare questa figura? forse una: il mercato, più aziende producono lo stesso bene causano maggiore concorrenza e prezzi più bassi.

Questo sulla carta, il mercato, visto in questa chiave, non è realizzabile, le aziende preferiscono allinearsi su una fascia di prezzo concordata segretamente fra loro, piuttosto che rischiare l'anemia scontrandosi per far comodo ai clienti, quindi fanno i cosiddetti cartelli.

Tenendo adesso ben ferma l'inquadratura sull'unico lato dal quale osserva il politico, quello dell'interesse collettivo, la domanda segue spontanea: Visto che con i cartelli le aziende private hanno abdicato al loro compito (sono diventate simili ad una unica azienda monopolista privata, perdendo ciò che le rendeva più appetibili del monopolio pubblico) che cosa rappresentano per la comunità se non un peso inutile? 

La soluzione è dunque il mantenimento del sistema mercato variato con la socializzazione delle aziende?

Per provare a rispondere a questa domanda dobbiamo prima risolvere questa equazione: Se statalizzassimo le aziende, abbassando il costo dei beni e dei servizi ed alzando gli stipendi dei dipendenti, il saldo rinveniente, confrontato con quanto salvato togliendo di mano ai privati l'azienda sarebbe zero?

La risposta potrebbe essere qui. 

Se questo saldo tornasse, se ci si decidesse a nazionalizzare, l'impianto grafico del mondo come lo vediamo oggi non muterebbe di una virgola, perché sarebbe rimossa una coda (il capitalista) non visibile ai più.

Migliorerebbe però il potere di acquisto delle famiglie (derivanti dagli stipendi più alti) e diminuirebbe il costo dei beni e dei servizi, ed alzando gli stipendi all'abbassare del prezzo delle merci di beni e servizi tutto  si avvicinerebbe, tutto diverrebbe più accessibile. 

Alzi la mano chi non gradisce questa proiezione. 

Credo sia utile trovare un dibattito teso a portare ad uno schema di leggi che assicuri contrappesi tali da evitare alle aziende statalizzate l'errore commesso nei tempi passati, evitare cioè che queste aziende pubbliche si trasformino in carrozzoni.

La liberalizzazione non è una risposta. Se un'azienda pubblica è divenuta un carrozzone la risposta giusta è lasciare l'azienda in mano pubblica trovando il modo di non ripetere gli errori che l'hanno trasformata in quello che è. 

La liberalizzazione è un bieco suggerimento che i padroni mettono in bocca ai politici, ed ai capitalisti può fregare meno che niente della comunità, questi vogliono il mercato, e lo vogliono per sé.   


#italianrevolution

28 settembre 2011

Non offendete gli operatori dei call center

Condivido questi brani tratti da un post di Uomo In Polvere, il link è in fondo, come al solito.
Il dipendente di un call center produce plus-valore per €5000/giorno, di questi ne rivede €800/mese.
 DOMANDA:
Ma non sarebbe meglio un sistema dove tu utente paghi molto meno, i lavoratori guadagnano molto di più e nessun padrone diventa ricco alle nostre spalle?
#italianerevolution

24 settembre 2011

Crisi : salviamo le vecchiette e andiamo in default

I nostri Bot scottano e nessuno li vuole comprare. Il Tesoro, che pagava cedole ed obbligazioni in scadenza collocando sul mercato primario nuove obbligazioni si ritrova con le aste deserte. Il Governo, che da qualche parte questi soldi li deve trovare, proverà a trattenere più gettito possibile facendo a coriandoli i nostri servizi sociali. In estrema sintesi paghiamo noi per non fare rimettere chi ha investito nelle nostre obbligazioni.

Esiste un'altra strada? sì, processiamo gli investitori.

Cosa ha portato questi investitori ad avere in mano i nostri titoli? Avidità.

Il Bund, il corrispettivo tedesco al nostro Btp è un benchmark, un parametro oggettivo di riferimento al quale si raffrontano tutte le altre obbligazioni area euro. Questo per dire che i Paesi che se la passano meglio della Germania vedono le loro emissioni quotarsi "a premio" sul Bund, quelli che se la passano peggio quotano invece "a sconto". Ad esempio se il Bund quota 103, quelli che quotano a sconto vendono, sul mercato secondario, sotto quel nominale, "poco" sotto o "molto" sotto, a seconda che se la passino poco peggio o molto peggio. Non sono sfumature, 99, 88. La Grecia ad esempio alla chiusura di oggi quota le sue obbligazioni fra 57 e 26 a seconda delle scadenze.

Gli investitori che oggi hanno in pancia i nostri Btp, e che non dormono la notte, al momento dell'acquisto sapevano benissimo cosa stavano comprando. Le nostre obbligazioni infatti già allora pagavano redimenti più alti rispetto a quelle tedesche. Lo "spread", il differenziale di rendimento, non si è scollato "ieri", i nostri Btp hanno sempre quotato a sconto sul benchmark, è il nostro "rischio Paese", l'Italia non ha mai avuto l'affidabilità tedesca.

Questo per dire che cosa: gli investitori, potendo scegliere fra avere una obbligazione tedesca e una italiana, hanno scelto la nostra facendosi carico di un rischio addizionale al fine di portare a casa rendimenti più elevati.

Questo si chiama speculare, e qui sta il punto, perché taglieranno gli asili, il trasporto pubblico, la sicurezza e molto altro, pagheremo noi perché chi ci governa ci ha spinto al fallimento ma non vuole far perdere l'investimento agli speculatori, quindi chiede soldi a noi.

Se una obbligazione rende più di un'altra il motivo del rendimento extra sta nel suo maggiore rischio di contro parte, ovvero nella maggiore possibilità che l'emittente di questa obbligazione non sia in grado di restituire il prestito a scadenza. Ora le cose sono due, o facciamo rispettare questo premio al rischio con un onesto default o pretendiamo la quotazione dei Bund.

Il 14% delle nostre obbligazioni sono in mano a risparmiatori italiani, serve un default selettivo, rimborsiamo gli investitori italiani, per gli altri ci vuole minimo una moratoria!!!

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#italianrevolution

22 settembre 2011

Manovra e armi: "Il male oscuro" - da Latinoamerica, il blog di Gianni Minà

Copio e incollo di seguito questo post pubblicato da Gianni Minà sul suo blog. E' un parallelo fra la finanziaria (entrate) e budget della Difesa (uscite).
«In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!»
Continua sul blog, link sotto come al solito.

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#bastasprechi

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20 settembre 2011

Immanuel Wallerstein : La socialdemocrazia, il capitalismo dal volto umano

Immanuel Wallerstein

Riporto di seguito il sunto di un articolo di Immanuel Wallerstein apparso su Controlacrisi: "La crisi globale e l'illusione della socialdemocrazia". Il link al post è sotto, come al solito.
«La socialdemocrazia rappresenta un'ideologia e un movimento che si batte per l'uso delle risorse dello Stato volto alla ridistribuzione alla maggioranza della popolazione in varie forme concrete: allargamento dei servizi educativi e sanitari; garanzia di livelli di reddito permanenti attraverso programmi per sostenere i gruppi non salariati, in particolare bambini e vecchi, e programmi per ridurre la disoccupazione.»
Io ci avrei messo anche il riconoscimento della libertà alla autodeterminazione del singolo, quando questo atto non invade la libertà degli altri.

Il problema del capitalismo è, secondo me, rappresentato dalla sovrabbondanza di lavoratori conseguente alla sua ipotetica rimozione: riverberare lo stesso bene (es: automobile) in mille immagini simili e poi spingere il consumatore a credere che ci sia realmente differenza fra una immagine ed un altra dello stesso bene (dove il bene è un tetto di lamiera con sotto cinque poltrone, un motore e quattro ruote e dove due immagini a caso da confrontare possono essere la Panda e una Rolls-Royce) serve innanzitutto, secondo me, a replicare le catene di montaggio e quindi i posti di lavoro.

Il prezzo pagato per il mantenimento di queste persone è la trasformazione dell'essere umano in un consumatore, la degenerazione del capitalismo in consumismo, ovvero il trasformare l'individuo che compra perché gli piace il bene acquistato nell'individuo disposto a sacrificarsi per dimostrare di appartenere ad una determinata fascia sociale.

L'aver permesso questa degenerazione è il più grande sbaglio del sistema capitalistico, che però, secondo me, può, sotto questo aspetto, essere corretto con una regolamentazione della "suggestione": va vietato a quel cuneo di entrare nel cervello delle persone.

Questa deregolamentazione del consumismo causa la mancata democratizzazione del mercato, l'arresto del suo processo di sviluppo. Siamo infatti fermi alla prima impronta del mercato, quella dittatoriale.

La democratizzazione del mercato porterebbe alla creazione di un contrappeso, determinato da noi tutti, in opposizione alle lobbies transnazionali, quelle che oggi, tramite la politica, prima anemizzano il portafogli di consumatori e lavoratori, per poi drenare il gettito pubblico degli Stati prima che questo venga redistribuito alla popolazione.

La via da seguire è la socializzazione del sistema capitalistico passando attraverso l'estirpazione del bug consumistico?

E' ancora possibile svegliare l'essere umano dal suo incubo consumista?

La socialdemocrazia potrebbe essere una risposta?

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